Ore 09.04 del 03.08.2014

Dormire in aeroporto ad Istanbul, sopra una panchina e dentro ad un sacco a pelo, mi ha fatta sentire parte di tutto il mondo.

Stamattina abbiamo fatto colazione tutti insieme da Starbucks. Siamo una bella squadra: 10 ragazzi tra i 17 e i 24 anni (io sono tra i più vecchi, ahimè) e Mariano, l’allegro Padre Missionario che ci guiderà in questa avventura.

Oggi ci ha insegnato una canzone in lingala, la lingua parlata in Congo, e penso che tutti ci siamo immaginati a cantare insieme alla gente del posto, sperduti nel cuore dell’Africa:

Bolingo (e) Bolingo (e)

Bandeko, moto azanghi

Bolingo, akamuna

Nzambe te.

Bolingo Boleki (e)

Il resto del tempo lo abbiamo trascorso osservando le persone, in attesa del nostro volo. L’aeroporto è un luogo che mi ha sempre affascinata: un incrocio stradale tra culture totalmente diverse, un serbatoio di sogni e speranze.

Trascorrerei intere giornate ad osservare quel via-vai di persone, ognuna con la sua storia e con una valigia vuota da riempire di nuova vita.

 Nella mia esperienza posso dire di non avere mai visto un aeroporto come quello di Istanbul: un enorme braccio che collega l’occidente e l’oriente; culla di civiltà talmente diverse l’una dall’altra da risultare quasi incomprensibili tra loro.

Ma è proprio questa profonda differenza di pensiero ad attirare questi opposti inconciliabili. 

Quando ho messo piede dentro l’aeroporto mi sono sentita mille occhi addosso, nonostante il loro sguardo fosse quasi impercettibile, nascosto dietro un burqua che ne celava i tratti del viso.

Ho letto diversi libri su questa cultura che mi ha sempre incuriosita, ma non mi era mai capitato di scambiare uno sguardo con queste donne. L’impatto è stato fortissimo: tutti quegli abiti neri seduti accanto ai loro uomini mi hanno completamente spiazzata.

L’unica parte del corpo visibile erano gli occhi: alcuni mi comunicavano rassegnazione, altri sicurezza, altri ancora erano incuriositi a loro volta da me e, forse, si stavano chiedendo come sarebbe stata una vita da donna occidentale.

Anche io mi sono chiesta come dovesse essere vivere in quegli abiti neri: perché mai la donna deve essere associata al colore nero?

Il nero è un colore cupo e noi siamo così passionali.

Il nero è un colore neutro e noi abbiamo così tanto da dire.

Il nero è un colore che nasconde e annulla chi lo indossa, e noi esistiamo: abbiamo pensieri, sentimenti ed emozioni.

Il nero è il colore della morte e noi siamo così piene di vita.

Tante domande si sono alternate nella mia mente e avrei voluto poter parlare con quegli occhi che mi guardavano di soppiatto, ma non era possibile, quindi mi sono avvicinata a Padre Mariano e gli ho chiesto da dove nascesse quella tradizione religiosa.

“Le donne sono considerate regine della casa e serve nella vita: devono imparare ad obbedire e a vivere nello spazio privato del burqua, che le nasconde al resto del mondo. Pensa che, nei casi di fanatismo estremo, ad alcune donne viene tolta anche la possibilità di provare piacere sessuale: devono servire solo alla procreazione e a soddisfare il proprio uomo.”

Le parole che vorrei dire mi si fermano in gola: pazzesco, assurdo… ingiusto.

Molte donne orientali però non portano il burqua, ma solo il velo: un segnale che qualcosa sta iniziando a cambiare.

Io continuo a perdermi dentro quegli occhi incorniciati di nero e penso che uno sguardo sconosciuto non sia mai riuscito a penetrare così a fondo dentro al mio.

Una finestra sulla foresta

 

Sono in aereo e siamo tutti divisi. Per la prima volta nella mia vita volo vicino a qualcuno che non conosco: un ragazzo italiano, anche per lui è la prima esperienza missionaria e iniziamo subito a chiacchierare. Com’è più semplice conoscere qualcuno se non rimaniamo chiusi nel nostro piccolo mondo!

E ad un tratto… ci appare la costa africana in tutta la sua sconfinata maestosità seguita dal deserto, quello vero, immerso nel nulla. 

Ci hanno detto di chiudere i finestrini, ma io continuo a sbirciare: è uno spettacolo incredibile.

 

Ore 17.53

Volteggiamo sopra le nuvole: sembrano un soffice manto di cotone composto da tanti piccoli batuffoli bianchi.

Viene quasi da buttarsi, se non fosse che nascondono una delle foreste più grandi al mondo. 

Sì, stiamo finalmente volando sul Congo.

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