Devono essere stati così anche quel lontano maggio 1915 e quel giugno 1940, quando venne annunciato che l’Italia doveva andare in guerra. 

Dev’essere stato così che, prima dell’annuncio ufficiale, ogni persona avrà pensato:

“Figuriamoci, non toccherà a me, non dovrò davvero lasciare la mia famiglia, il mio lavoro, la mia casa, il mio Paese… per andare a morire in guerra”.

Non posso davvero separarmi da mio marito senza sapere se lo rivedrò mai più o da mio padre, che non avrà mai la salute per sopportare la vita in trincea”.

Dev’essere stato così che, invece, improvvisamente, con la violenza di uno schiaffo in pieno viso, hanno realizzato che sì, stava succedendo proprio a loro e non avrebbero potuto farci nulla. Nulla.

Stavano vivendo un momento che sarebbe diventato parte della storia ma, ancora, non se ne rendevano conto.

Tutto questo lo abbiamo sempre studiato sui libri o visto nei film, ma avevamo davvero capito cosa si prova ad essere impotenti fino ad oggi? 

Noi, che facciamo parte di una generazione che in cuor suo si è sempre creduta invincibile.

Noi, che credevamo di essere quelli più evoluti, più intelligenti: gli intoccabili.

Noi, che avevamo messo sul piedistallo delle priorità il nostro ego, oggi ci troviamo a rimettere tutto in gioco ed è questa la scommessa più grande che facciamo a noi stessi. 

Tutti stiamo scrivendo che questo virus cambierà per sempre il nostro modo di pensare quando torneremo alla normalità, ma perché fare ancora promesse al futuro? Non è forse già il momento di cambiare? 

Quello di cui dobbiamo davvero liberarci è il nostro modo di pensare, influenzato da una società che ci ha sempre voluti al massimo della forma, sempre più produttivi, sempre più impegnati, ma con sempre meno interessi personali, sempre più ignoranti e superficiali, senza un attimo libero né per noi né per la nostra famiglia.

E anche in questo momento siamo ancora così: tutti a dimostrare che stiamo a casa, ma non ci fermiamo perché è la noia il nostro vero nemico, mentre forse dovremmo proprio fermarci un attimo a riflettere per ripartire con una maggiore consapevolezza di quanto siamo fortunati. 

Perché se continuiamo a lamentarci di non sapere cosa fare dopo solo un giorno di quarantena, significa che non siamo ancora usciti dal sistema, significa che non abbiamo ancora cambiato la rotta né imparato nulla da questa emergenza, che può diventare un’incredibile opportunità di libertà e non solo di reclusione.

Ma in fondo cosa viene chiesto alla maggior parte di noi? Qual è quel sacrificio enorme che ci stanno chiedendo? Rimanere a casa, in tutta sicurezza e bastare a noi stessi per un po’ di tempo. 

Quando vi state per lamentare di essere annoiati, fermatevi un attimo e pensate a chi sta morendo da solo in ospedale, senza avere accanto nemmeno la sua famiglia a stringergli la mano.

Pensate a tutti i medici e i dottori che stanno rischiando la loro vita per salvare la vostra.

Pensate a chi sta continuando a lavorare come può perché non ha altra scelta o per limitare i danni quando tutto sarà finito.

Pensate a chi si trova in terapia intensiva e ha già una situazione grave e non può ricevere le cure di cui ha bisogno.

Pensate a chi in quel lontano 1915 o 1940 è stato chiesto di lasciare tutto per andare in guerra, senza videochiamate per restare in contatto con la propria famiglia e senza sapere se l’avrebbe mai rivista.

Pensate a chi continua ad essere in guerra, ancora oggi, senza un posto dove andare e senza nessuno a cui importi qualcosa. 

Pensate ai vostri nonni, ai sacrifici che hanno fatto per voi: è arrivato il momento di ricambiare.

Improvvisamente vedrete tutto in modo diverso, molto prima che finisca questa emergenza: apprezzerete la chiamata ai vostri genitori o ai vostri amici o fidanzati, che vi mancheranno, ma sarete felici di saperli a casa, al sicuro.

Vi godrete i tempi lenti, il riposo, la colazione senza fretta.

Scoprirete nuovi modi di viaggiare, con un buon libro, con un bel film o semplicemente con la vostra creatività, che avevate tanto trascurato.

Coglierete l’incredibile opportunità del mondo digitale per rimanere connessi con le persone che amate, per coltivare le vostre passioni o, se potete, per continuare a lavorare da casa.

Una sola cosa ci viene chiesta: stare a casa. Facciamone una in più: non lamentiamoci, facciamolo per le persone a cui è stato richiesto un sacrificio molto maggiore del nostro.

Che poi voglio dire, quando ci ricapita di salvare il mondo in pigiama?

Dimostriamo che questa emergenza ci sta già insegnando qualcosa.

Scegliamo di non essere un gregge di frignoni, ma un popolo che sa reagire e ironizzare sulle situazioni, vedendone i lati positivi, ma mantenendo sempre il rispetto e la sensibilità verso gli altri.

E ricordiamo: noi che siamo a casa, siamo quelli fortunati. 

Buona quarantena a tutti.  

 

"Io penso positivo perché son vivo,
perché son vivo."
Jovanotti
(e perché non sono positivo... forse)

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