Ore 20.45 del 12.08.2014

 

Mi sento felice. 

Oggi è stata una giornata lunga e sicuramente non facile ma, allo stesso tempo, sarà una di quelle che ci porteremo dentro per sempre.

Questa mattina siamo stati alla Maison Provincial, dove abbiamo potuto mandare delle e-mail a casa e leggere le risposte a quelle vecchie: avremmo così tanto da raccontare! E le parole non sarebbero mai sufficienti… 

Abbiamo anche ceduto a dare una sbirciatina su Facebook, ma non c’erano molte novità: la vera avventura la stavamo vivendo noi, fuori dal mondo virtuale. 

Siamo poi andati a vedere alcune costruzioni dell’associazione Congo Skill e siamo rimasti sorpresi dalla loro modernità ma, allo stesso tempo, abbiamo capito che sono strutture a cui purtroppo può accedere solo una ristretta fascia di persone benestanti.

È incredibile la netta distinzione che c’è qui tra poveri e ricchi: la fascia media, come la nostra, praticamente non esiste.

Ma la parte della giornata che più ci ha sconvolti è stata la visita all’orfanotrofio Orphelinat EEV EDEN

Penso che sia davvero un’esperienza che tutti, nella vita, dovrebbero fare.

La direttrice, Mama Esther, ci ha accolti con le lacrime agli occhi, insieme ai suoi bambini e ragazzi, circa 60 in tutto, che non ci spiegavamo come potessero vivere tutti in quella topaia.

L’ultimo arrivato avrà avuto 3 anni e ci hanno detto di averlo trovato pochi giorni prima davanti alla porta: i suoi occhi continuavano a guardarsi attorno, sperduti, non parlava e ci osservava in silenzio. 

Alcuni bambini non sapevano nemmeno il loro nome o la loro età, quasi tutti faticavano a sorridere. Chissà quante cose avevano passato… 

Sembrava che, già così piccoli, avessero perso la fiducia nei confronti della vita e, allo stesso tempo, che fossero ad una ricerca disperata di un po’ di amore a cui aggrapparsi. 

Mi sono chiesta come potessero ringraziare il Signore per ciò che hanno, quando questo è così poco e così pieno di delusione e dolore. 

Ad un certo punto ci hanno recitato delle poesie e cantato delle canzoni sulla solitudine e sulla mancanza dei genitori. Ho iniziato a mordermi il labbro per trattenere le lacrime e, voltandomi verso i miei compagni, ho notato che molti di loro facevano lo stesso. 

Sicuramente quelle poesie e quei canti erano stati fatti per commuoverci e ottenere il nostro aiuto, ma sui loro volti la sofferenza non era finzione, bensì una realtà che ci ha colpiti come uno schiaffo in piena faccia.

Anche durante i canti più allegri che sono seguiti dopo, in cui abbiamo cercato di farli sorridere, in molti, alcuni davvero piccoli, rimanevano seri a fissarci. 

Ho preso in braccio un bambino che avrà avuto 4 anni e gli ho fatto tutto il mio repertorio di facce buffe, ma nulla. 

Mi osservava con i suoi occhi profondi e quasi mi intimoriva perché nel loro riflesso vedevo un dolore che non credevo possibile in un bambino così piccolo. 

Poi ho fatto per alzarmi e, improvvisamente, ha stretto forte le sue manine attorno al mio collo e ha appoggiato la testa sul mio petto per farmi restare. Sono rimasta impietrita. 

L’unica cosa che quel bambino, come tutti gli altri, voleva davvero non erano le magliette e i giochi che gli avevamo portato, ma il nostro amore.

Mi sono sentita inutile e impotente, con un grande senso di vuoto. Siamo saliti sulla jeep in silenzio e, una volta partiti, quasi tutti abbiamo pianto silenziosamente e ci siamo abbracciati tra di noi. 

L’impatto con questa realtà ti entra dentro e ti lacera, portandoti lentamente dalla tristezza alla rabbia per un mondo così assurdamente ingiusto.

Tutti noi ci siamo sentiti fortunati, forse addirittura troppo, per avere ricevuto così tanto affetto nella nostra infanzia e per avere delle famiglie che ci aspettano a casa ma, allo stesso tempo, abbiamo sentito la necessità di fare molto di più per quei bambini.

I nostro occhi dovevano diventare specchio dei loro per testimoniare, una volta tornati, tutto ciò che avevano visto. 

Ce lo siamo promessi. 

 

Salvare l’Africa con l’Africa

 

Ore 17.17 del 13.08.2014

 

Oggi ci hanno portati a vedere la CEVB 5 e il luogo in cui dovremmo iniziare a costruire la cappella. 

Quasi tutta la mattina l’abbiamo trascorsa a cercare di accordarci nuovamente sui lavori: si ripetevano sempre le solite cose e ad un certo punto non ne potevamo davvero più. 

Alla fine sono giunti alla conclusione che domani si farà un’altra riunione e inizieramo a lavorare venerdì. 

Eravamo abbastanza spazientiti perché eravamo andati fin lì per aiutare concretamente: in fondo i soldi si possono mandare anche da casa, ma la nostra presenza e il nostro aiuto sono impagabili.

La lentezza con cui si stanno accordando, mentre noi staremo qui per così poco tempo e ci sarebbe tanto da fare, ci indispettiva. 

In realtà anche tutto quel tempo dedicato a pregare a volte ci sembrava eccessivo, in un paese in cui c’era davvero così tanto da fare.

È emerso così il problema di quanto sia difficile aiutare queste persone se, prima di tutto, non si aiutano loro stesse, superando il sentimento di rassegnazione per una realtà che gli appare immutabile.

Sempre di più ci rendiamo conto di come la chiave di tutto sia nelle parole di Comboni: “Salvare l’Africa con l’Africa”.

Abbiamo così promesso di contribuire ad aiutarli solo se avremo la prova del loro concreto impegno verso il cambiamento. 

Più tardi ci hanno portati a vedere alcune strutture in via di costruzione: eravamo immersi in un paesaggio brullo e sabbioso, con qualche chiazza di verde e latrine.

Durante la passeggiata ho preso sulle mie spalle una bambina e non ho fatto in tempo a regalare uno dei miei braccialetti anti-zanzara ad una ragazza che un’altra me ne ha chiesto uno per lei. 

Qui è tutto così: per una persona che fai felice ce ne sono altre mille che deluderai. 

Siamo poi andati a osservare come pescano gli abitanti del posto, immergendo i loro secchi (e loro stessi) nell’acqua nera del fiume: che scena impressionante! 

A pranzo è successo un fatto che ci ha lasciati alquanto perplessi: ci hanno preparato la tavola davanti a tutti. 

Padre Mariano ci ha detto che è un loro modo per ringraziarci e che rifiutare sarebbe stato scortese, ma non riuscivamo proprio a mangiare davanti a quei bambini affamati che ci guardavano. 

Abbiamo quindi deciso di comune accordo di consumare il meno possibile perché quello che sarebbe rimasto lo avrebbero diviso tra di loro. 

Nel pomeriggio ci siamo dedicati ai giochi con i bambini di Bibwa, a cui ormai siamo tutti molto affezionati: le loro risate e le loro manine che cercano le mie continuano ad emozionarmi. 

Penso che lascerò a loro tutto quello che mi sono portata in valigia.

Siamo a metà del nostro viaggio: il desiderio di tornare inizia a farsi sentire, ma è ancora più forte quello di restare.

L’inizio dei lavori

 

Ore 17.40 del 14.08.2014

 

Finalmente oggi hanno deciso: domani inizieremo a lavorare!

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