Falò africano

 

Ore 22.15 del 22.08.2014

 

Il primo posto che abbiamo visitato in Repubblica Democratica del Congo è stato un ospedale ed è stato anche l’ultimo. 

Questa mattina, infatti, ci hanno portati in un reparto di maternità, gestito dalle suore.

Sono rimasta senza parole per le condizioni precarie della struttura: molte brandine erano ammassate nell’ingresso e, se avevi una stanza tutta tua, potevi ritenerti fortunata. 

Ancora una volta, però, guardando gli occhi di quelle donne, con in braccio i loro bambini, ho visto un’emozione difficile da descrivere: quella di avercela fatta, nonostante tutto.

Nel pomeriggio ci siamo concessi un po’ di shopping pre-partenza, ma non è stato esattamente come lo immaginavamo: ci hanno portati in un mercato immenso, maleodorante e chiassoso. 

I venditori quando ci hanno visti hanno iniziato a fare a gara per convincerci a comprare da loro le cose più disparate, tra cui pellicce di animali e oggetti di contrabbando in avorio, ricavati dalle zanne di elefante. 

Uomini bianchi significava uomini ricchi, quindi non ci hanno dato tregua. Ho faticato davvero molto a decidermi perché venivo sospinta da una bancarella ad un’altra dai loro continui richiami.

Alla fine, però, sono stata molto soddisfatta dei miei acquisti: un bongo, diversi quadri di sabbia e statuette di legno, la riproduzione di una piroga in miniatura e alcune maschere. 

Tornata al villaggio ho ceduto a farmi fare la testa piena di treccine dalle mamas e, ovviamente, me ne sono già pentita. Dormirci è un’impresa piuttosto dolorosa…

La sera abbiamo approntato un falò in giardino tra chiacchiere, canti e rumore di bonghi. 

Si è creata un’atmosfera surreale, che in diversi momenti ha lasciato spazio al silenzio, senza alcun imbarazzo. Incredibile come un luogo può farti trovare la pace interiore. 

Adesso però è davvero arrivato il momento di tornare a casa.

 

Sommario

 

Ore 22.30 del 23.08.2014

 

Oggi è stata una giornata di valigie e preparativi pre-partenza. 

A pranzo siamo stati ospiti di una “mama” e ho trovato il coraggio di assaggiare un baco da seta.

Sì, è successo sul serio e devo dire che non sono male (lo sto dicendo davvero?)… aveva ragione Pumba! Il fatto che scrocchino sotto i denti, però, oltre al loro aspetto, mi ha fatto quasi vomitare…

Stasera invece abbiamo cucinato gli spaghetti che avevamo portato da casa per tutti! Il cibo italiano penso sia una delle cose che mi è mancata di più in questo viaggio… (si era capito?)

Ma ora è giunto il momento di fare un sommario su cosa ho imparato da questa esperienza:

Ho imparato a cavarmela da sola (o quasi), lontana da casa, in un paese completamente diverso dal mio.

Mi sono allontanata dal mondo che conoscevo e ho visto le cose da nuove prospettive, scoprendo che non sono mai bianche o nere, ma che ci sono tante sfumature nel cielo e nella vita.

Ho assorbito e rispettato gli aspetti di una cultura differente dalla mia, che spero influenzerà il mio modo di vivere e vedere il mondo.

Ho sperimentato l’apertura verso l’altro e la sottile arte di immedesimarmi nel suo dolore, la felicità nascosta nelle piccole cose e la gioia di aiutare chi ne ha bisogno.

Mi sono riempita gli occhi del sorriso dei bambini e del loro entusiasmo: un vero e proprio inno alla vita che non dimenticherò.

Non mi sembra vero che questa sarà la mia ultima notte in Africa, non credo dormirò, ma resterò in balìa dei sentimenti che accompagnano sempre un ritorno e un addio…

 

Ultimo giorno e…

 

Ore 19.17 del 24.08.2014

 

Siamo in aeroporto. Come previsto, è stata una giornata di emozioni contrastanti: la tristezza dei saluti e l’entusiasmo di tornare. 

Stamattina siamo andati alla messa indossando i nostri nuovi vestiti africani, ed è stato davvero un momento toccante. 

Sono venuti tutti a salutarci, commossi: bambini, papà e mamme. 

Abbiamo lasciato praticamente tutto quello che avevamo portato con noi e, con grande gioia, ho regalato le mie scarpe alle “mamas” che ci hanno tanto coccolati in questi giorni e ne sono state felicissime!

Poi ci siamo riuniti con Padre Mariano in giardino: lui diceva una parola, come “incontro”, e noi dovevamo raccontare tutto ciò che abbiamo provato in questi giorni. 

Ne è venuto fuori un meraviglioso riassunto di questa esperienza incredibile, che si è conclusa con la nostra canzone: “Canta con noi”.

Non mi sembrava vero che di lì a poco saremmo andati in aeroporto e non a cena insieme, come sempre. 

Mi mancheranno il clima di condivisione, le persone che mi salutano per strada, i sorrisi e i giochi con i bambini, i canti sulla jeep, i “sono contento” di Patrick, le partite serali a carte, le cene e persino le messe. Il mal d’Africa è più potente di quanto credessi…

Un altro momento molto duro è stato il saluto di Alexis fuori dall’aeroporto, quando lui è scoppiato a piangere, seguito a ruota da tutti noi. Odio gli addii.

Adesso ci aspetta una notte in aereo e domani rivedremo tutti. Non sto più nella pelle, ma allo stesso tempo mi faccio cullare dalla malinconia di lasciare l’Africa che, dal finestrino, si allontana sempre più fino a scomparire, mentre dentro di me si fa spazio un canto:

“L’Africa sembra un grande cuore e si conquista con l’amore. Due mani nere e un cielo blu, lo stesso cielo che hai tu…”

 

… Ultimo volo

 

Ore 08.30 del 25.08. 2014

 

Ci siamo: l’aereo per Bologna sta per partire. Abbiamo indossato il vestito africano nel bagno dell’aeroporto di Istanbul… che emozione!

Stanotte non ho praticamente dormito e ci hanno svegliati alle 4.00 per la colazione. 

Ora siamo decollati: mi sembra incredibile che atterreremo sul serio a Bologna. Non mi è mai mancata così tanto la mia città, forse perché non ho mai fatto un viaggio così…

Ma soprattutto stasera mangerò la pizza, STASERA! 

È pazzesco pensare che mi farò una doccia calda, nel mio bagno pulito… e con l’elettricità! 

Penso mi sembrerà davvero strano e finirà che scoppierò a piangere. Solo ora capisco quanto sono fortunata…

Tra tre ore siamo a casa.

Tra tre ore riprenderò in mano la mia vita.

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