La Figlia Oscura: recensione e nuova interpretazione

Con questa recensione de “La figlia oscura” di Elena Ferrante voglio raccontarvi di un libro che affronta la difficoltà di essere madre e il complicato rapporto con i figli, in modo del tutto nuovo.

Ormai l’avrete capito, questa scrittrice mi ha completamente conquistata, ma questo libro ha un posto d’onore nel mio cuore perché ci ho scritto la mia prima tesi di laurea.

E mentre molti si stanno chiedendo ancora chi è Elena Ferrante, io vorrei semplicemente farvi viaggiare con me tra le pagine di questo suo incredibile romanzo.

Pronti a partire?

Il romanzo sulla difficoltà di essere madre

 

Mentre la famosa quadrilogia di Elena Ferrante ci racconta il complesso rapporto di amicizia tra donne, questo romanzo ci trascina dentro una storia di madri e figli, lasciandoci ancora una volta a bocca aperta.

La figlia oscura è il terzo romanzo di Elena Ferrante edito dalle Edizioni e/o nel 2006 e costituito da 145 pagine, suddivise in 25 capitoli.

La narrazione viene condotta in prima persona e a parlarci è Leda, la protagonista.

Le informazioni su questo personaggio ci vengono fornite con parsimonia. Avanzando nella lettura scopriamo che è un’insegnante universitaria di letteratura inglese, che ha quasi quarantotto anni e che vive da sola a Firenze.

È una donna dalle origini napoletane, divorziata e madre di due figlie: Marta di ventidue anni e Bianca di ventiquattro, che si sono trasferite con il padre, Gianni, a Toronto per seguirne le orme nell’ambito scientifico.

 

Leda: Una madre “snaturata”

 

La colonna tematica portante de La figlia oscura è il rapporto tra madri e figli, e il desiderio da parte delle prime di mantenersi integre, nonostante questa sorta di sdoppiamento della loro persona.

Leda abbandona per tre anni le sue figlie, quando avevano sei e quattro anni, per andare alla ricerca della propria identità e per realizzare quelle ambizioni giovanili che vedeva oramai sfumare sempre più.

“Mi pareva di essere reclusa dentro la mia stessa testa, senza possibilità di mettermi alla prova, ed ero esasperata”.

Il primo capitolo viene compreso a pieno dal lettore solamente al termine della lettura perché in realtà costituisce il finale del romanzo, in una sorta di struttura invertita.

La narratrice, in queste prime righe, racconta di un incidente che le è capitato durante un viaggio di ritorno dalle vacanze estive.

Leda riferisce ai familiari di avere avuto un colpo di sonno, ma confessa a se stessa che tutto è dovuto ad un gesto senza senso. Il lettore viene indotto ad ipotizzare un tentativo di suicidio.

Fortunatamente Leda, finendo contro il guardrail, si salva e riporta un’unica misteriosa lesione al fianco sinistro, di cui verrà svelata l’origine solo al termine del romanzo.

L’universo napoletano agli occhi di Leda

 

Dal secondo capitolo la narratrice inizia a svelare qualcosa di sé.

Il filo conduttore del racconto diventa la vacanza estiva sulla costa ionica, che si era concessa prima dell’incidente, ma è costantemente interrotto dai flashback di Leda sul suo passato.

Ad esempio, la famiglia di napoletani incontrata in spiaggia fa emergere i ricordi di Leda sulla sua famiglia.

Questa infatti era molto simile nei modi e negli atteggiamenti arroganti, che la infastidiscono, e da cui ha cercato di distinguersi per tutta la vita.

Quella gente mi indispettiva. Ero nata in un ambiente non diverso, i miei zii, i miei cugini, mio padre erano così, di prepotente cordialità. Cerimoniosi, di solito molto socievoli, ogni domanda suonava sulle loro bocche come un ordine appena corretto da una bonomia falsa e all’occorrenza sapevano essere volgarmente offensivi e violenti.

O ancora, osservare una ragazza, Nina, che si diverte in spiaggia a giocare con la figlia Elena e la sua bambola, porta Leda a parlare della propria infanzia e della madre che la minacciava di andarsene di casa.

La narratrice racconta quindi i fatti a posteriori, dopo averli vissuti, riportando tutti i sentimenti e le emozioni che questi le hanno suscitato, così come i suoi pensieri e le sue riflessioni.

Non vi è mai, però, un’eccessiva analisi introspettiva che sveli ogni meccanismo psicologico celato nella mente della protagonista o in quella degli altri personaggi.

Leda non è portatrice di verità universali, ma spinge il lettore a riflettere sui quesiti che si pone, sugli episodi che racconta, sulle persone che incontra.

È un’osservatrice minuziosa e, attraverso i suoi occhi e il suo filtro di giudizio, ci appare la rete di personaggi che la circondano.

Il rapimento della bambola

 

Il cuore del libro sarà ciò che appare privo di spiegazione, insensato, assurdo: il furto di una bambola, Nani.

Le motivazioni che hanno spinto inconsciamente Leda a rubare Nani non sono comprensibili nemmeno a lei stessa, inizialmente, perché sono celate nella parte più oscura del suo essere e del suo passato.

Ed è questa operazione di scavo nel profondo del proprio io che guiderà tutto il romanzo.

“Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire”.

Accanto alla bambola Nani, è fondamentale il personaggio di Nina, ragazza di ventitré anni, e di sua figlia Elena, di quasi tre anni.

Il sereno legame tra le due suscita in Leda ammirazione e al contempo invidia:

“Se la ragazza era di per sé bella, in quel suo modo di essere madre c’era qualcosa che la distingueva, pareva non aver voglia d’altro che della bambina“.

Il “movimento limpidamente inevitabile” che porta Leda a rubare la bambola con la quale giocano madre e figlia deriva dal desiderio di mettere alla prova questo rapporto materno, che inizialmente le appare perfetto.

E sarà proprio la scomparsa di Nani a scatenare una sorta di regressione in Elena, che porterà all’esaurimento la madre, e a rivelare il complesso alternarsi di sentimenti contraddittori che pervadono Nina.

Emerge così il senso di soffocamento all’interno della sua famiglia e la stanchezza di essere madre, il desiderio di fuga e di emancipazione, l’insofferenza nei confronti del marito e della cognata, l’amore per la figlia e quello per se stessa.

 

Amare i figli e amare te stessa

 

Leda riscoprirà una Nina più simile a lei, con gli stessi dubbi e le stesse debolezze, che porteranno la ragazza a vedere in Leda una sorta di mentore al quale affidarsi.

Nina, infatti, prova grande stima e rispetto per lei, perché rappresenta tutto quello che vorrebbe essere: una donna colta ed intelligente, raffinata ed educata nei modi, determinata ed emancipata.

Al contrario Nina incarna quel tipo di ragazza ancora sottomessa all’autorità maschile e alla cultura napoletana, secondo cui la donna deve essere prima di tutto una madre e una moglie che dedica la sua vita ai figli e al marito.

Nina ride alle domande di Leda inerenti alla sua vita. Si era iscritta al corso in Lettere dell’università, ma lo ha abbandonato dopo due esami e ora si occupa solo della figlia.

Si definisce “stupida” e la sua risata isterica cela un disagio interiore e una grande insoddisfazione di se stessa e della sua vita.

 

Una questione di scelte o di egoismo?

 

Quando Nina chiede a Leda perché ha abbandonato le sue figlie per tre anni lei risonde:

“Le amavo troppo e mi pareva che l’amore per loro mi impedisse di diventare me stessa”.

Leda si è trovata quindi davanti alla stessa scelta di Nina, ma alla fine torna dalle sue figlie perché comprende che nulla di quello che ha fatto in vita sua è equiparabile a loro.

Nina sembra sollevata nell’udire queste parole, ma Leda specifica subito di non essere tornata per amore delle bambine, bensì per quello stesso amor proprio che l’aveva fatta fuggire tre anni prima:

“Mi sono sentita più inutile e disperata senza di loro che con loro”.

Non è riuscita dunque a trovare quella soddisfazione di sé nella carriera universitaria e, egoisticamente, la cerca nella sue figlie a cui, da quel momento, si dedica completamente, rassegnandosi a sovrapporre il suo essere madre al suo essere semplicemente Leda.

Il lato oscuro della maternità

 

Il personaggio più importante risulterà quindi essere un oggetto, la bambola Nani, da cui prende avvio tutta la storia narrata.

Nani diventa il simbolo di quella maternità spontanea e serena che Leda non riesce a vivere, ma verrà a rappresentare anche l’ambivalenza di sentimenti e di sensazioni che una madre si trova ad affrontare.

Nel ventre di Nani, infatti, Leda troverà un verme.

Questo episodio sembra voler suggerire che ogni esperienza di maternità, per quanto possa apparire lieta e tranquilla, cela un aspetto oscuro e animalesco che non si può evitare.

Questo lato della gravidanza viene vissuto da Leda con Marta, la sua seconda figlia, che lei non riesce ad umanizzare, come aveva fatto con Bianca, e che viene paragonata al verme.

“Avrei dovuto prendere atto subito, da ragazza, di questa enfiatura rossastra, molle, che ora stringo tra il metallo della pinza. Accettarla per quello che è. Povera creatura senza niente di umano”.

In tutto il romanzo ricorre la presenza di insetti quali, oltre al verme, la cicala che segna l’inizio della vacanza, le mosche e le lucertole.

Questi animali rimandano all’aspetto più inumano e bestiale della gravidanza. Quello che deforma il corpo della madre e lo porta a sentire dolore.

Elena Ferrante insiste molto su questo “versante buio del corpo gravido” di cui spesso non si parla.

Storie di tradimenti e di madri

 

Nina e Leda ascoltandosi e confrontandosi si aiutano a vicenda: nasce tra loro “un’urgenza di contatto” che si concretizza in un bacio sulle labbra.

Un gesto spontaneo per ringraziarsi a vicenda di quella comprensione reciproca.

Nina, però, cambia completamente atteggiamento in presenza del marito Tonino e della sorella di lui, Rosaria, dai quali viene influenzata e soggiogata.

Tonino e Rosaria sono i due boss della famiglia napoletana, che Elena Ferrante stessa ci conferma essere una famiglia camorrista.

L’autorità che il marito di Nina esercita su di lei si intuisce fin dalla sua prima comparsa sulla spiaggia quando

afferrò Nina dietro la nuca quasi costringendola a piegarsi – era almeno dieci centimetri più basso di lei – e le sfiorò le labbra di sfuggita, con compassata imposizione proprietaria”.

 

Gino, il bagnino

 

Ma anche se Nina si mostra devota e amorevole nei confronti del marito, in realtà non lo tollera e lo tradisce con il bagnino, Gino.

Leda instaura con lui un rapporto basato essenzialmente sul comune interesse per Nina.

In certi casi Leda è addirittura gelosa degli incontri tra i due amanti, come quando li scopre a baciarsi furtivamente. Perché?

Leda ha vissuto il turbamento dovuto alla madre che la preferiva ad altri e l’ha abbandonata. 

Sente quindi l’incontro segreto tra Nina e Gino come un tradimento nei suoi confronti e in quelli di Elena.

Nina inizialmente le era sembrata una madre migliore della sua, e anche di quanto non fosse poi stata lei stessa nei confronti delle sue figlie, ma ora si sente profondamente delusa.

Vuole dire a Nina che quel desiderio che prova di ritrovare se stessa e staccarsi dalla figlia in realtà è un atto di cattiveria verso gli altri, soprattutto verso Elena.

L’attaccamento erotico tra madre e figlia

 

Legato al tema della maternità vi è sicuramente quello della sessualità, infatti tra Leda e Nina si crea un desiderio di contatto fisico simile a quello che lega madre e figlia, che si concretizza in un bacio fuggevole.

Significativa in questo senso è la reazione di Leda quando scopre Nina baciarsi di nascosto con Gino.

Si sente tradita proprio come quando vedeva nella bellezza di sua madre un’attrattiva per uomini che l’avrebbero allontanata da lei.

Leda rivede l’attaccamento erotico tra madre e figlia negli atteggiamenti perturbanti di Elena con la sua bambola:

La piccola giocava con la bambola. […] Era un gioco affettuoso. La baciava forte sul viso, così forte che quasi pareva gonfiare la plastica con un soffio dalla bocca di quel suo voler bene gassoso, vibrante, tutto il voler bene di cui era capace. La baciava sul petto nudo, sulla schiena, sul ventre, dappertutto, a bocca aperta come per mangiarsela.

I baci di Elena sembrano quasi dar vita a Nani, la brutta bambola sporca di biro: “Ora era lei che baciava Elena con crescente frenesia”.

Leda è incuriosita da questo gioco e quando la bambina realizza di essere osservata fa un gesto perverso:

“Si strinse forte come per sfida la testa della bambola tra le gambe, con tutt’e due le mani. I bambini fanno giochi così, questo si sa, poi se ne dimenticano”.

 

Quando la madre oscura la figlia

 

Ma nella realtà quel rapporto passionale e amorevole tra madre e figlia che Elena riproduce con Nani non è veritiero, infatti Nina si rivelerà stanca della figlia e si concederà a Gino.

Allo stesso modo Leda racconterà di un episodio in cui ha telefonato al professor Hardy, allora suo amante segreto, sotto gli occhi delle figlie:

Le bambine erano lì accanto a me, mute e smarrite, non me ne dimenticavo, non me ne dimenticherò mai. Tuttavia irraggiavo godimento contro la mia stessa volontà, sussurravo frasi affettuose, rispondevo ad allusioni oscene e alludevo a mia volta oscenamente.

Leda bambina è quindi vittima della paura che la bellezza della madre la porti via da lei ma, allo stesso tempo, una volta diventata Leda madre, è colpevole in prima persona per aver fatto soffrire le figlie, che percepivano quel suo desiderio di concedersi ad altri.

Questa figura di madre che oscura la figlia con il suo fascino, e che vuole riprendersi la sua giovinezza fuggendo da lei, si ritrova spesso in Elena Ferrante e l’autrice ci svela di averla vissuta sulla sua pelle:

“Nella mia esperienza la preponderanza della madre è assoluta, senza termine di paragone. O si impara ad accettarla o ci si ammala. Devo ammettere che non ho smesso mai di sentirmi figlia sbiadita, nemmeno diventando madre”.

Sentirsi una madre incompresa

 

Un altro aspetto che emerge dal libro è sicuramente il muro di incomunicabilità tra Leda e le sue figlie.

Leda sente di non poter parlare liberamente a loro come donna, di non poter esprimere i suoi pensieri perché non verrebbe ascoltata né tantomeno compresa.

Racconta di come una volta abbia scritto una lettera ad entrambe le sue figlie per spiegare loro in che modo era stata sospinta ad abbandonarle per tre anni. Ma non ricevette risposta né questo gesto condusse mai ad un confronto tra di loro.

“Che stupidaggine pensare di potersi raccontare ai figli prima che compiano almeno cinquant’anni. Pretendere di essere vista da loro come una persona e non come una funzione”.

Spesso, infatti, Leda diventa la valvola di sfogo delle figlie che riversano su di lei tutte le loro richieste, le lamentele e le accuse.

Quando viene colpita dalla pigna nella pineta e ha il presentimento che questa non sia caduta da un albero, ma che le sia stata lanciata contro con violenza da alcuni membri della famiglia napoletana nascosti tra i cespugli, Leda sente il desiderio di telefonare a Marta e Bianca per raccontare loro l’accaduto.

Ma la comunicazione è a senso unico: Marta la sommerge con i suoi problemi di insicurezza e con il suo risentimento dovuto al suo credersi sempre inferiore alla sorella Bianca.

Ogni sua parola cela un’accusa a Leda:

“Mi parlava come se fosse colpa mia, non l’avevo fatta in modo che potesse essere felice”.

Alla fine della telefonata Leda non si sente né compresa né ascoltata, al contrario il suo malessere aumenta:

“Quando chiusi la comunicazione, ero ormai pentita di aver chiamato, mi sentivo più agitata di prima, mi batteva forte il cuore”.

Le figlie le provocano ansia e non le infondono serenità, forse proprio per questo cerca un dialogo con Nina.

La Figlia Oscura: recensione e spiegazione del finale

 

Alla fine del libro Nina chiede a Leda di darle la chiave del suo appartamento per poterne usufruire durante gli incontri segreti con Gino.

Leda le consegna la chiave perché comprende quello che sta provando Nina e, ormai immedesimata nel suo ruolo di mentore, vuole aiutarla nella ricerca della sua strada, ma la scelta rimane della ragazza.

La chiave coniata da Leda diventa il simbolo di un bivio.

Accettarla significa assecondare le proprie pulsioni di libertà e ribellione. Rifiutarla, invece, equivale a rimanere ferma nella propria condizione di madre e moglie infelice.

Leda le consiglia di riprendere gli studi, ma Nina vuole solo fuggire da tutto ciò che la circonda per ritrovare se stessa:

“Non so niente e non valgo niente. Sono rimasta incinta, ho partorito una figlia e non so nemmeno come sono fatta dentro. L’unica cosa vera che desidero è scappare”.

 

La restituzione della bambola

 

Tutto si risolve nella scena finale, quando Leda restituisce finalmente la bambola a Nina.

Questa scoperta fa ricadere la ragazza nel suo passato, ogni possibilità di cambiamento viene spazzata via e le chiavi vengono abbandonate sul tavolo, insieme alla speranza in un futuro migliore.

Nina, infatti, reagisce in quel modo violento che contraddistingue la famiglia in cui è cresciuta e, dopo aver inveito con parole dialettali offensive, infila la punta dello spillone sotto le costole di Leda e scappa.

Il circolo del racconto viene chiuso con questo finale, che riprende l’inizio del libro con la misteriosa ferita al fianco sinistro rinvenuta dai medici, e con la risposta di Leda alle figlie:

“Sono morta, ma sto bene”.

La stessa Elena Ferrante ci chiarisce il significato di questa frase che può sembrare, ad una lettura superficiale, contraddittoria:

“Uso morire nel senso di cancellare per sempre da sé qualcosa. Azione che può avere almeno due esiti: mutilarsi, sfregiarsi irreparabilmente; o estirparsi una parte viva ma malata e perciò provare subito dopo un senso di benessere. Tutt’e tre le donne dei miei libri conoscono, in modo diverso, l’una e l’altra cosa”.

Leda ammette a se stessa di essere una “madre snaturata” che non riesce a vivere la maternità in modo autentico e spontaneo, e che convive con il conflitto continuo tra l’essere donna e l’essere madre:

“Il rischio che Leda corre mi pare tutto in questo quesito: Io, donna oggi, riuscirò a farmi amare dalle mie figlie, ad amarle, senza dover per forza sacrificare me stessa e perciò detestarmi?”.

Questa confessione a se stessa e a Nina porta Leda a lacerarsi irrimediabilmente, la conduce ad un punto di rottura.

Allo stesso tempo l’accettazione di questa sua parte oscura la fa sentire meglio, come se si fosse finalmente liberata di un peso sul cuore e avesse capito il suo vero essere.

Ma chi è La figlia oscura?

 

Nina assume talvolta le sembianze di madre a cui Leda paragona la propria, e talvolta quella di figlia acquisita con cui sia possibile parlare e avere una comunicazione aperta.

“Scegliersi per compagna una figlia estranea. Cercarla, avvicinarla”.

Il titolo del libro, infatti, è piuttosto ambiguo.

La figlia oscura potrebbe essere Nina, sentita come figlia acquisita e nascosta di Leda, ma allo stesso tempo anche Elena o la stessa Leda che, come la stessa Elena Ferrante, si è sentita figlia sbiadita e cupa.

 

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